Cornelio Gallo e le Muse nelle Bucoliche virgiliane, “MEFRA” 124, 2012, pp. 185-204

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Mélanges de l'École française de Rome - Antiquité 124-1 (2012) Varia ................................................................................................................................................................................................................................................................................................ Paola Gagliardi Cornelio Gallo e le Muse nelle Bucoliche virgiliane ................................................................................................................................................................................................................................................................................................ Avertissement Le contenu de ce site relève de la législation française sur la propriété intellectuelle et est la propriété exclusive de l'éditeur. Les œuvres figurant sur ce site peuvent être consultées et reproduites sur un support papier ou numérique sous réserve qu'elles soient strictement réservées à un usage soit personnel, soit scientifique ou pédagogique excluant toute exploitation commerciale. La reproduction devra obligatoirement mentionner l'éditeur, le nom de la revue, l'auteur et la référence du document. Toute autre reproduction est interdite sauf accord préalable de l'éditeur, en dehors des cas prévus par la législation en vigueur en France. Revues.org est un portail de revues en sciences humaines et sociales développé par le Cléo, Centre pour l'édition électronique ouverte (CNRS, EHESS, UP, UAPV). ................................................................................................................................................................................................................................................................................................ Référence électronique Paola Gagliardi, « Cornelio Gallo e le Muse nelle Bucoliche virgiliane », Mélanges de l'École française de Rome - Antiquité [En ligne], 124-1 | 2012, mis en ligne le 19 décembre 2012, consulté le 19 décembre 2012. URL : http:// mefra.revues.org/172 Éditeur : École française de Rome http://mefra.revues.org http://www.revues.org Document accessible en ligne sur : http://mefra.revues.org/172 Document généré automatiquement le 19 décembre 2012. © École française de Rome

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Mélanges de l'École françaisede Rome - Antiquité124-1  (2012)Varia

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Paola Gagliardi

Cornelio Gallo e le Muse nelleBucoliche virgiliane................................................................................................................................................................................................................................................................................................

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Mélanges de l'École française de Rome - Antiquité, 124-1 | 2012

Paola Gagliardi

Cornelio Gallo e le Muse nelle Bucolichevirgiliane

1 Che le Muse potessero essere presenti nella poesia perduta di Cornelio Gallo è un'ipotesiavanzata dagli studiosi molto prima della scoperta del papiro di Qaṣr Ibrîm, sulla base disignificativi passi virgiliani e properziani. C'è in primis, ovviamente, la famosa e complessascena di ecl. 6, 64-73, in cui Gallo, inserito bruscamente nel catalogo mitico di Sileno1, ècondotto sul Parnaso da una delle Muse e celebrato con alto onore dall'intero Phoebi chorus2.La verosimile origine della scena può essere stata nell'opera di Gallo, magari nel proemiodi un libro3, come lascia sospettare la presenza del poeta nell'ecl. 6, esplicita ai vv. 64-73,ma con ogni probabilità diffusa più ampiamente nel carme. Ancora, la tematica fortementeletteraria del testo e il suo andamento catalogico, riconducibile ad Euforione, auctor diGallo4  ; l'allusione alla poesia cosmogonica di impronta lucreziana e all'epillio neoterico5,e in particolare la presenza di vicende mitico-erotiche, che tradisce un gusto neoterico-alessandrineggiante, d'ispirazione callimachea e parteniana6 ; le allusioni a Callimaco, almenonei punti cruciali della recusatio iniziale dell'epica, che riecheggia il prologo degli Aitia, e neivv. 64-73, appunto, costruiti sulla scena di iniziazione dello stesso poema7, sono tutti elementiriconducibili all'ambiente culturale in cui si erano formati Virgilio e Gallo e in cui ad opera diquest'ultimo stava verosimilmente nascendo la nuova elegia erotica latina8.

2 Anche le riprese forse polemiche di ecl. 6, 64-73 da parte di Prop. 2, 10, 25 s.9 e 2, 13,3-810, nell'àmbito di un complesso dibattito, sembrano ricondurre a Gallo  : i contesti diiniziazione, di ascendenza callimachea, e la figura « orfica » di Lino, in àmbiti fortementeletterari di recusationes, legano infatti indiscutibilmente i passi properziani a quello virgiliano,e lasciano immaginare una fonte comune ai due poeti, solitamente individuata in Gallo11. A luiprobabilmente Properzio si rifà, contestando la « genealogia » virgiliana della poesia, che adecl. 6, 64-73 sembra esaltare una produzione erudita di argomento mitico-eziologico a scapitodell'elegia d'amore. Pur tralasciando le complesse questioni suscitate dai brani properziani,tuttavia, neppure il senso del discorso virgiliano è chiaro, legato com'è, evidentemente,all'opera perduta di Gallo  : non mi pare però riducibile ad una svalutazione dell'elegia eall'indicazione all'amico di generi più nobili12. Il dialogo di Virgilio con Gallo, infatti, ela riflessione sull'elegia erotica attraversano le ecloghe più ampiamente di quanto possasembrare  : accanto all'ecl. 6 e alla 10, in cui il poeta elegiaco compare direttamente comepersonaggio, la sua presenza è oggi riconoscibile anche nella 2, non solo per la vicinanza dellavicenda, del carattere del protagonista e del tenore della sua effusione all'elegia latina, maanche per la stretta somiglianza tra i vv. 26 s. e i vv. 8-9 del papiro di Qaṣr Ibrîm. Altrettantoinfluenzata dal dibattito con Gallo e probabilmente dalla sua poesia mi pare poi anche l'eclogaparallela alla 2, la 8, che la tematica erotica, la figura e la situazione del protagonista della primametà e le caratteristiche del suo canto avvicinano nel gusto e nello stile all'elegia d'amore.Ebbene, ad accompagnare e scandire le tappe di questo dialogo e a renderne visibili le tracce,anche se purtroppo non il senso, è il riferimento, in tutte le ecloghe in cui si può riconoscerel'influsso di Gallo, alle Muse, la cui presenza nella poesia di quest'ultimo è oggi una certezza.

Le Muse nei versi superstiti di Gallo3 Al di là delle congetture ricavabili da Virgilio o da Properzio, dopo la scoperta del papiro di

Qaṣr Ibrîm e la sua pressoché indiscussa attribuzione a Gallo13, la presenza delle Muse nella suapoesia è divenuta un dato di fatto. Certo, esse non compaiono in un contesto mitologico erudito,come ci si sarebbe attesi, né in una scena di investitura poetica, come ecl. 6, 64-73 potevafar supporre, ma, pure, nei pochi distici conservati vengono esplicitamente nominate (tandemfecerunt carmina Musae / quae possem domina deicere digna mea, vv. 6-7). Non solo ; lapresenza di tandem (v. 6) forse allude ad un discorso già iniziato e qui concluso14, che potrebbe

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dunque ricondurre ad una loro precedente menzione, forse in una scena di iniziazione (quellariecheggiata in ecl. 6, 64-73 ?), o in un'invocazione di cui qui si dichiara con soddisfazionel'esaudimento.

4 Tutto ciò, però, resta nel terreno infido delle congetture, mentre risultati più concreti si possanoforse trarre studiando la menzione delle Muse nel papiro così com'è, nella forma che il poeta leha dato e nel concetto singolare che esprime. Seguendo i suoi riverberi nelle ecloghe virgilianesaranno infatti forse almeno in parte più evidenti le tracce del dialogo tra i due poeti e piùriconoscibili i punti in cui esso si sviluppa  ; al tempo stesso, alla luce della frase galliana,alcuni passi delle Bucoliche possono trovare un senso più preciso e, per converso, le lororielaborazioni dell'espressione del papiro potranno in qualche modo aiutare ad avvicinarsi aduna più sicura ricostruzione della parte lacunosa del testo di Gallo.

5 In primo luogo, dunque, va esaminata l'affermazione galliana sulle Muse, la cui novità senzadubbio notevole, resa ancor più incisiva dalla lapidaria semplicità di espressione, dovetteessere pienamente compresa dai contemporanei, a giudicare dal numero di riprese riconoscibiliin poesia augustea15. Il contesto, non facile da ricostruire per le condizioni mutile del testo,è sicuramente quello di una dichiarazione programmatica del poeta sul valore della propriaproduzione : ne fanno fede, oltre all'attribuzione alle Muse dei suoi versi, perciò degni delladomina, il termine tecnico iudex, proprio del linguaggio letterario, e il nome del noto criticoVisco16. A rendere difficile la comprensione del testo17 sono certo le lacune iniziali dei vv.8 e 9, oggetto di un dibattito ancora aperto18, ma anche quella del v. 6 apre il problema nonsemplice di interpretare il ruolo delle Muse e in particolare il significato di fecerunt. Se infatti,accogliendo la giusta osservazione degli editores principes del papiro, si accetta l'ipotesi chenella parte perduta del verso non ci fosse un epiteto dei carmina, poiché in effetti « an epithetis unnecessary and perhaps undesiderable when quae possem characterizes the poems »19, ilverbo, privo di un predicativo, non può che valere in senso assoluto « fare, comporre » (poiein).

6 In tale lettura la frase assume una notevole originalità e sembra non avere precedenti nellatradizione poetica greco-latina a noi nota20. Stravolgendo infatti sensibilmente il tradizionalerapporto per cui il poeta chiede alle Muse di assisterlo nella composizione suggerendogli gliargomenti o rifinendo formalmente il suo lavoro, Gallo attribuisce alle dee l'intero onere dellacreazione artistica, di cui egli sarà solo il divulgatore, se è corretto -come ritengo- intenderedeicere digna nel senso proposto dagli editores principes di « utter as worthy », piuttosto chedi « call worthy »21. L'apparente modestia del ruolo che l'autore si riserva è ovviamente soloun mezzo per far risaltare la straordinaria qualità della sua opera, rivendicando un rapportoprivilegiato con le Muse che è il riconoscimento di un eccezionale talento. La semplicitàdell'espressione e la secchezza del perfetto fecerunt, sigillo indiscutibile della qualità dei versi eattestazione di un riconoscimento già ottenuto, esaltano l'originalità del concetto, che si risolvein un altissimo complimento alla domina, materia degna solo di un canto divino, ma anchealla qualità eccelsa dei versi, opera delle dee, e all'eccezionalità del poeta stesso, protagonistadi un rapporto unico e straordinario con esse.

7 Tale enfasi, non in contrasto con ciò che conosciamo o possiamo dedurre della personalitàdi Gallo22, suscitò certamente l'attenzione e l'ammirazione dei poeti contemporanei, comeattestano le inequivocabili imitazioni del v. 6, ma anche, a volte, la tendenza a ridimensionarela portata eccessiva della formulazione e a normalizzare il rapporto del poeta con le Muse. Inquesta linea si pongono probabilmente - vedremo - anche le riprese dell'espressione di Gallonelle ecloghe virgiliane, riconoscibili da evidenti riecheggiamenti lessicali e concettuali, maanche da una rappresentazione delle Muse e del loro rapporto con il poeta diversa rispetto allaprassi del Mantovano23.

Le Muse nelle Bucoliche8 Il ruolo delle Muse nella poesia virgiliana non è di particolare rilevanza, né per la frequenza

con cui vengono nominate, né per caratterizzazioni specifiche. Intendendole come simbolidella poesia, più che come figure divine, Virgilio non mostra infatti verso di loro atteggiamentidi devozione (come, ad esempio, Hor. carm. 3, 4), né le personalizza attribuendo loro azioniparticolari o ponendosi in contatto con loro, ad esempio in scene di iniziazione o investitura

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poetica24  ; piuttosto, tradizionalmente, le invoca a sostegno della sua esposizione, specie invista di temi impegnativi (dunque soprattutto nell'Eneide25), o le cita come metafore dellapropria ispirazione, parlando - in particolare nelle Bucoliche - di nostra Thalia (ecl. 6, 2), dinostram Musam (ecl. 3, 85), mentre agrestem ... meditabor ... Musam dice ad ecl. 6, 8 e a georg.3, 11 con Aonio ... deducam vertice Musas indica il suo merito e la sua novità artistica. Ancora,le Muse sono per lui sinonimo della produzione di un autore, come le Sicelidae Musae di ecl.4, 1, simbolo della bucolica teocritea, o la silvestrem Musam di ecl. 1, 2, il canto di Titiro.

9 Entro questo rapporto sostanzialmente insignificante e poco caratterizzato spiccano per diverseragioni alcune menzioni delle Muse nelle Bucoliche (ecl. 6, 13, ecl. 8, 62-63, ecl. 10, 72),che grazie alla forma dell'apostrofe danno l'impressione di una insolita (e perciò notevole)devozione del poeta. Ad accomunare questi brani è anche - come la scoperta del papiro di QaṣrIbrîm permette di riconoscere - la somiglianza formale e soprattutto concettuale con il v. 6 diGallo : non a caso, infatti, essi sono tutti in ecloghe per un verso o per l'altro interessate aldialogo di Virgilio con l'amico, nella seconda metà della raccolta, che nel nome di Gallo si aprecon l'ecl. 6, impregnata del suo gusto e della sua presenza, e si chiude con la 10, interamentededicata a lui e certamente densa di riferimenti ai suoi versi. A questi brani si aggiunge taloraanche ecl. 9, 33 s. per certi elementi che sembrano ricondurre al verso galliano ; tuttavia -vedremo - è un accostamento non del tutto persuasivo per molte ragioni.

10 Ad unire tutti i passi citati è anche un altro elemento di rilievo, l'appellativo Pierides, piuttostoraro nell'uso virgiliano e impiegato, oltre che in questi punti, solo ad ecl. 3, 8526. La suapresenza in contesti quasi sempre riconducibili al gusto di Gallo o alle caratteristiche dell'elegiad'amore fa sospettare che l'aggettivo colto risalisse alla sua poesia  : egli potrebbe averloimpiegato per ricondurre i suoi componimenti direttamente ad Esiodo27, collocandosi nelfilone callimacheo che del poeta di Ascra si dichiarava erede. Una simile deduzione potrebbevalere sia per la produzione di carattere mitico-eziologico erudito di cui abbiamo notizia dalriferimento virgiliano al poemetto sulla Grynei nemoris origo28, sia per l'elegia d'amore, chepure rivendica uno spazio nella poesia di derivazione callimachea ed esiodea. Potrebbe, certo,anche essere Virgilio a scegliere questo epiteto delle Muse quando si rivolge a Gallo, magariper alludere a caratteristiche e a modelli della poesia di lui ; in ogni caso, il termine ricorre incontesti fortemente connotati da implicazioni letterarie e sembra per più aspetti riconducibileal dialogo con il poeta elegiaco. Che esso volutamente alluda ad Esiodo, d'altronde, in forterapporto con Gallo, mi pare confermato dalla scena dell'ecl. 6 che vede protagonista il poetacontemporaneo, in cui il mitico Lino gli dona appunto i calami che furono di Esiodo, quasi asancire la sua continuità e la sua discendenza poetica dal venerato archetipo arcaico.

11 Gli aspetti comuni tra questi brani, che li distinguono dalla prassi virgiliana, soprattutto neltrattamento delle Muse, giustificano a mio parere uno studio specifico, nell'ottica di un dialogotra Virgilio e Gallo ampiamente sviluppato nelle ecloghe. In questa prospettiva, anzi, essiappaiono preziosi, sia per riconoscere le tappe di questo dibattito, sia per ricostruire, forsecon maggior fondamento, la parte perduta del testo di Gallo. Varrà dunque la pena esaminarlisingolarmente.

ECL. 6, 1312 Solitamente poco considerata dai commentatori è la breve apostrofe di ecl. 6, 13 (pergite,

Pierides)29, che introduce la narrazione dell'incontro tra i fanciulli e Sileno e il successivo cantodi lui : per il modo dell'espressione, invece, e per il senso, ciò che sembra solo una formula dipassaggio si rivela ad uno sguardo attento, e soprattutto alla luce del v. 6 del papiro di Galloe in connessione con i momenti-chiave dell'ecloga, un punto denso di notevoli implicazioni.

13 Se, per cominciare, si considera il senso della frase, non può sfuggire l'inusualità dellarichiesta  : pergite, infatti, non è una semplice invocazione di assistenza, magari in vista diun tema più elevato della tenuis poesia bucolica30  ; il senso del verbo, «  proseguire  », eil modo imperativo, suggeriscono piuttosto un invito o una preghiera alle Muse a portareesse stesse avanti la composizione, e dunque a crearla. Il ruolo così attribuito alle dee, checomporranno direttamente il canto, mi pare lo stesso del testo di Gallo, in cui, in modoinnovativo, ad esse appartiene la creazione dell'opera poetica, mentre l'autore umano si riserva

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un ruolo in apparenza marginale, ma finisce invece per esaltare eccezionalmente la suaopera, proclamandone l'origine divina. Rispetto a Gallo, però, Virgilio mantiene una notevoledifferenza : laddove infatti l'elegiaco con il perfetto fecerunt dà per realizzato il lavoro delleMuse, egli, meno enfaticamente, si limita ad una richiesta, forse riecheggiandone una analogadi Gallo (alla quale potrebbe alludere tandem di v. 6), posta magari all'inizio del liber di cuii versi ritrovati potrebbero costituire la fine31. Se così fosse, e se tale richiesta fosse stataformulata in una scena di iniziazione di stampo callimacheo, la breve apostrofe di ecl. 6, 13,seguita a vv. 64-73 dalla ripresa della stessa scena degli Aitia, contribuirebbe, come d'altrondemolti altri elementi, a collegare i due punti del testo più densi di implicazioni letterarie,l'incipit e i vv. 64-7332. A ciò varrebbe anche l'aggettivo Pierides, a cui corrisponde a v. 70 lamenzione del senex Ascraeus e che anch'esso potrebbe alludere a versi di Gallo ; i due momenticruciali dell'ecloga, già visibilmente legati per l'imitazione dell'incipit degli Aitia callimachei,potrebbero dunque porsi entrambi nel segno di Gallo.

14 Tutte queste, ovviamente, sono solo supposizioni, basate su un'indimostrabile ricostruzione diparti perdute dell'opera galliana, un terreno, cioè, insidioso e malsicuro33. Certo, dal reticoloche si delinea si intuisce un dialogo fitto e complesso tra i due poeti, su tematiche letterarie soloimmaginabili ; le modalità con cui Virgilio lo sviluppa, però, rivelano alcune costanti destinatea tornare in tutti i punti interessati dal dibattito con Gallo. Più fruttuoso mi pare dunque,sul versante virgiliano del confronto, l'esame, dal punto di vista del Mantovano, del senso edella funzione dell'apostrofe, che l'aggettivo Pierides e l'insolito ruolo delle dee potrebberoricondurre a Gallo.

15 Per comprendere il senso del breve passo, mi sembra opportuno analizzarne la posizionenel testo. Apertasi con l'orgogliosa affermazione della discendenza della bucolica virgilianada quella di Teocrito (Prima Syracosio dignata est ludere versu / nostra nec erubuit silvashabitare Thalia, vv. 1-2) e con la rivendicazione del merito del poeta di aver introdotto ilgenere in latino34, l'ecloga prosegue con la celebre recusatio dell'epica, che pone nella lineacallimachea, oltre che teocritea35, la produzione pastorale e ribadisce (anche a v. 9 con noniniussa cano) la vocazione di Virgilio. Dopo tali dichiarazioni, e dopo la dedica a Varo, l'invitoalle Muse a proseguire il canto, che subito inizia. Non mi sembra difficile, alla luce di ciòche precede, ma anche dell'altezza del canto di Sileno, superiore al tono e ai temi consuetidelle ecloghe, intendere l'apostrofe alle Muse come implicita ammissione dell'inadeguatezzadel poeta, che ha appena affermato la sua vocazione per la poesia humilis. Riconoscendotroppo superiore alle sue forze (o, fuor di metafora, troppo più alta del genere pastorale) lamateria che si accinge a trattare, egli la affida direttamente alle dee, non diversamente, forse,da Gallo, come sembrano affermare i vv. 6-7 del papiro. L'altezza del canto di Sileno, peraltro,è ribadita nel finale dell'ecloga, in cui esso, quasi ad indicare l'esaudimento della richiesta alleMuse, e dunque la bellezza divina dei versi, viene fatto risalire ad Apollo (omnia quae Phoeboquondam meditante beatus / audiit Eurotas iussitque ediscere lauros / ille canit, vv. 82-84),con il conseguente effetto orfico di incantare la natura intera (vv. 82-86).

16 A mio avviso, tuttavia, il rapporto con Gallo suggerito da ecl. 6, 13 non è solo nella ripresadi una sua movenza originale, l'attribuzione di altezza «  divina  » al proprio carme dietrol'apparente modestia di affidarne la creazione alle Muse  : alla luce dell'affermazione delpapiro, credo che l'apostrofe voglia anche presentare a Gallo, evidentemente interlocutoreprivilegiato dell'ecloga, i versi nella maniera più degna di lui. Partendo dall'affermazioneche le Muse hanno composto per Gallo, e che dunque egli gode di un rapporto privilegiatocon esse, evidentemente a causa dei suoi eccezionali meriti artistici, prima di rivolgersi alui anche Virgilio chiede alle dee di comporre per Gallo una poesia che gli sia destinata eche solo loro possono elevare alla sua altezza. In tal modo egli, per parte sua inferiore alcompito e dichiaratamente legato alla poesia humilis, potrà con sicurezza presentare all'amico,eccezionalmente onorato dalle Muse (si ricordi il gesto di grande omaggio resogli dal Phoebichorus, che si alza in piedi dinanzi a lui a v. 66)36, una poesia davvero degna. Indubbiamente ilricorso all'affermazione galliana, forse seguita da altre allusioni a quella poesia nei vv. 64-73,ha il valore di un omaggio, ma serve anche ad instaurare con Gallo un complesso dialogo di

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natura letteraria. Dell'archetipo mantiene però anche il chiaro intento auto-celebrativo, dietrol'apparente deminutio di sé : dopo tutto, infatti, anche del canto di Sileno autrici sono le Muse, edunque il componimento virgiliano, come quelli di Gallo, è di altezza divina, data l'importanzadella tematica, ma anche la raffinatezza formale e la grande dottrina.

17 Se questo è il senso della breve apostrofe di ecl. 6, 13, ne esce confermata la lettura difecerunt del papiro nel senso di «  comporre  » e si risente l'orgoglio dell'espressione, spiaevidentemente di un acceso dibattito sulla nuova poesia d'amore. Ma la ripresa virgiliana rivelaanche un altro aspetto interessante, e cioè la raffinata operazione con cui, ripetendo l'originaleprocedimento di Gallo, Virgilio ne imita e insieme ne capovolge i termini, trasformandoloin un riconoscimento del talento poetico dell'amico. Laddove infatti Gallo, attribuendo alleMuse la creazione dei suoi carmi, aveva tributato un elevato complimento alla sua domina,materia divina di canto, Virgilio finisce per rivolgere lo stesso complimento a Gallo, non comeoggetto, ma come destinatario del suo componimento. Anch'egli infatti ricorre alle Muse, nonper parlare di Gallo, ma per rivolgersi a lui con la certezza di risultargli gradito, e, sulla basedel rapporto da Gallo stesso vantato con le dee, lo riconosce poeta eccelso e degno solo didialogare con loro37. Una conferma di questa interpretazione dell'apostrofe di ecl. 6, 13 mipare la ripresa del concetto e del procedimento, sempre in relazione alla frase di Gallo, in altripunti delle ecloghe cruciali per il dialogo tra i due poeti : è dunque a questi che sarà il casodi rivolgere l'attenzione.

ECL. 8, 62-6318 Un testo a mio avviso interessato dal confronto con l'elegia e dal dibattito sul senso di essa,

anche in relazione alla poesia bucolica, è l'ecl. 8, una delle più tarde della raccolta e dunquedelle più mature, probabilmente di poco anteriore alla 1038. E' verosimile che negli anni dicomposizione delle Bucoliche anche Gallo avesse pubblicato i libri degli Amores e che congli esiti più maturi di questa poesia Virgilio si confronti nelle ultime ecloghe, forse ancheriecheggiandoli. Non si ha più l'impressione, nell'ecl. 8, che si tratti di definire àmbiti letterari,genealogie poetiche o rivendicazioni di valore : il testo, come mostra anche la sua struttura,si articola su un confronto, che dietro l'apparenza di un agone poetico tra pastori39 cela forseun dibattito tra generi. Mentre infatti nel secondo canto, quello di Alfesibeo, è chiamata incausa la poesia teocritea in uno dei suoi esiti più alti, le Incantatrici che Virgilio imita ma alcontempo modifica profondamente40, la prima metà dell'ecloga sembra ispirarsi a situazioni ecaratteristiche dell'elegia d'amore nella tragica vicenda del pastore tradito dall'amata e decisoal suicidio.

19 Molti elementi suggeriscono in questo brano (vv. 14-61) il richiamo all'elegia e dunque,verosimilmente, alla poesia di Gallo, che di essa, per comune riconoscimento degli antichi,era inventor ed esponente di spicco in quegli anni41. In primo luogo, la tematica erotica, perla quale non si riconoscono precisi modelli, né in Teocrito, né in altri poeti ellenistici  ; sipossono ricondurre alla caratterizzazione dell'amante elegiaco anche la figura del protagonista,un innamorato infelice che vive il dramma dell'abbandono senza speranze né prospettive, inmodo passivo e rassegnato, sfogando il suo dolore in un canto vano e fine a se stesso, e lanatura e l'andamento del suo canto, non destinato alla persuasione dell'amata e neppure adessere ascoltato da lei, ma puro sfogo di un dolore senza sbocco, condotto in modo disorganicoe spezzato, riflesso di agitazione interiore. Notevoli sono poi l'attenzione psicologica per ilpersonaggio, la caratterizzazione affidata alle sue stesse parole, il taglio soggettivo del suosfogo, di grande bellezza42.

20 Ancora, sembra riportare a Gallo la tematica eminentemente letteraria dell'ecloga, che al dilà della veste pastorale, appare una riflessione sul potere « orfico » della poesia, sulla suacapacità di influire sul reale : lo dimostrano i versi introduttivi, che descrivono l'incanto dellanatura intera dinanzi alla musica dei due pastori, e la struttura stessa del carme43. Attraversol'accostamento per contrasto, tipicamente ellenistico, di due vicende opposte, infatti, siesplorano le potenzialità della poesia, che nel caso del pastore di Damone si rivela inefficacenon solo a modificare il reale, ma anche a consolare dal dolore, mentre nell'altro, grazie alrito magico affidato in buona parte ai carmina, sembra ottenere alla protagonista la soluzione

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positiva delle sue sofferenze d'amore. Di solito proprio nel diverso esito delle due vicendesi cercano il senso e il messaggio dell'ecloga, inteso come esaltazione di un atteggiamentoattivo e intraprendente di fronte alle avversità rispetto ad uno passivo e sfiduciato e comeapprezzamento per una poesia che cerchi di influire sul reale rispetto ad una che da essosi distacchi in modo sterile e doloroso44. Si è colto in ciò un cenno polemico contro unaconcezione della poesia come puro sfogo di dolore, come rimuginare quasi compiaciuto suipropri mali, che nell'incessante ripiegarsi su di essi li alimenta, sottraendo serenità al poeta,e che fallisce il fine più importante dell'arte, la serenità che essa deve donare all'autore e diconseguenza ai lettori45. A conferma di quest'interpretazione si citano i versi di transizionedal canto di Damone a quello di Alfesibeo, che in forma d'invocazione alle Muse sembranoproclamare la superiorità del secondo sul primo brano. Virgilio dice infatti : haec Damon ;vos quae responderit Alphesiboeus / dicite, Pierides  : non omnia possumus omnes, e larichiesta alle Muse di compiere loro un canto per cui egli si dichiara inadeguato è sembratal'affermazione della superiorità di esso rispetto al primo46.Poiché tuttavia né a livello stilistico,né nella caratterizzazione dei personaggi o nel trattamento delle passioni, il canto di Alfesibeo,ripresa di un celebre modello teocriteo, sembra poter competere con la bellezza e l'originalitàdi quello di Damone47, la sua presunta superiorità è stata individuata non nell'àmbito estetico,ma in quello etico, nell'atteggiamento più giusto da tenere di fronte al dolore e nella finalitàe nell'efficacia della poesia rispetto alla vita.

21 In realtà, il discorso non è semplice. In primo luogo, infatti, non si comprende perchéall'atteggiamento giudicato « vincente » Virgilio dovrebbe dare una veste formale ed artisticainferiore all'altro, sacrificando proprio la bellezza della poesia e la sua capacità di introspezionepsicologica. In secondo luogo, il finale del canto di Alfesibeo non è univoco come taloralo si intende. Agli omina positivi che seguono al compimento del rito, infatti, e cioè ilravvivarsi della fiamma nel focolare e l'abbaiare del cane sulla soglia (vv. 105-107), non tienedietro il sicuro ritorno di Dafni, ma anzi la donna stessa affaccia un dubbio sulla riuscitadell'incantesimo (credimus  ? an qui amant ipsi sibi somnia fingunt  ?, v. 108), chiudendol'ecloga in un'atmosfera incerta e sospesa che non sembra confermare la superiorità del suocanto sull'altro48. Piuttosto, a fronte del fallimento della poesia di tipo elegiaco nel consolare ildolore del pastore di Damone, Virgilio propone un'arte capace di creare illusioni e speranze,destinate però a dissolversi nel confronto con la realtà. Il discorso sull'efficacia della poesia mipare dunque complesso e non definibile come contrapposizione netta o preferenza sicura di ungenere sull'altro. Piuttosto, il poeta sembra scindere il valore pratico da quello estetico dell'arte,e così il canto di Damone, incapace di consolare, si rivela superiore, sul piano artistico, aquello di Alfesibeo, creazione letteraria in grado di illudere, sia pure per poco, donando unaparvenza di serenità.

22 Se così è, e se dunque il rapporto tra le due parti dell'ecloga non va inteso nel senso di unaprevalenza della seconda sulla prima, né sul piano artistico, né su quello pratico, allora il sensodell'apostrofe alle Muse deve essere necessariamente riveduto. A mio avviso ciò è possibileancora una volta alla luce del v. 6 di Gallo, al quale il distico virgiliano sembra ispirarsi, sia sulpiano formale, sia su quello concettuale. Dal primo punto di vista la forma dell'apostrofe, cheevoca un rapporto con le dee più ravvicinato del comune uso virgiliano, e l'aggiunta della frasepopolareggiante non omnia possumus omnes, che può richiamare possem del v. 7 di Gallo(quae possem domina deicere digna mea) alludono forse al significativo passo galliano, ma lavicinanza a quel testo mi sembra evidente soprattutto sul piano concettuale. Anche qui, infatti,come ad ecl. 6, 13, Virgilio invita le Muse a proseguire il canto, cioè a crearlo, proclamandola sua incapacità di fronte ad esso  : anche qui, dunque, è richiesto alle dee un interventocreativo, secondo l'idea forte espressa da Gallo. Dopo aver composto la prima parte del canto,di ispirazione elegiaca, il poeta si ritira e lascia il campo alle Muse, uniche in grado di dar formaad una poesia ritenuta superiore alle sue forze. Ciò doveva richiamare, per i contemporanei,l'audace espressione di Gallo, e Virgilio rafforza questa vicinanza con la chiusa del v. 63, chericorda anche formalmente la frase del papiro.

23 Certo, anche qui come ad ecl. 6, 13, rispetto alla forza dell'auto-esaltazione galliana Virgilioridimensiona il concetto e riconduce in certa misura il rapporto tra il poeta e le Muse nei binari

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della tradizione. Egli infatti si limita a chiedere loro un intervento creativo, ponendosi dunquenell'atteggiamento tradizionale della preghiera, di una richiesta di assistenza i cui termini,certo (la composizione divina del canto), rimangono anomali, ispirati all'espressione di Gallo,ma la forma dell'apostrofe e l'invito mitigano senz'altro la forza dell'affermazione galliana, incui l'opera delle dee, già compiuta, consiste nei suoi carmi, in tal modo straordinariamentecelebrati.

24 Colpisce, in ecl. 8, 62-63, la vicinanza concettuale al già esaminato ecl. 6, 13 : come lì, infatti,alle Muse è affidato il compito di comporre il canto, a fronte della dichiarata incapacità delpoeta. Ancora una volta, cioè, Virgilio mostra di porsi dinanzi ad un tipo di poesia superiorealle sue forze, per la quale invoca l'opera divina, e ciò in un contesto in qualche modo legatoa Gallo : se infatti la presenza del poeta elegiaco era dichiarata nell'ecl. 6 da tanti elementi,anche nella 8, in cui forse non mancano citazioni e riecheggiamenti della sua produzione, pernoi incomprensibili, ma chiari ai contemporanei, l'ombra di Gallo aleggia comunque nellaparte « elegiaca » del canto di Damone ed è evocata più consistentemente nella particolareinvocazione alle Muse. Sembra dunque che, ponendosi a confronto con Gallo, Virgilio tenda adichiarare ogni volta la sua inferiorità o quella del suo genere poetico rispetto alle scelte di lui oai risultati già ottenuti, anche se, a ben guardare, la presunta ammissione di modestia si risolvedi fatto in un'esaltazione della propria poesia, opera delle Muse come quella di Gallo. Cosìnell'ecl. 6 le dee sono invitate a cantare al suo posto temi più elevati della poesia pastorale,dopo che egli ha dichiarato la sua vocazione bucolica  ; nell'ecl. 8 l'invocazione alle Museappare più sorprendente, dopo il canto più bello tra i due del testo, ma attraverso di essa pureil poeta dichiara la propria incapacità di fronte ad una materia evidentemente superiore allesue forze. Meno chiari rispetto all'ecl. 6 sono però i termini e le ragioni di questa affermatasuperiorità del secondo canto, e forse anche in questo il raffronto con il passo di Gallo puòsuggerire una soluzione, a patto però di abbandonare l'interpretazione corrente che Virgilio sipronuncerebbe a favore del brano di Alfesibeo.

25 A mio avviso, infatti, non necessariamente l'invocazione delle Muse come artefici del cantoda accostare a quello di Damone deve implicare la sua superiorità ; anzi, la frase virgiliana puòessere letta in senso addirittura opposto. Se al canto di Damone si riconoscono caratteristichetipiche dell'elegia e - possiamo immaginare - della poesia di Gallo, e lo si considera dunqueil termine « elegiaco » del confronto tra i due generi, nell'apostrofe alle Muse, che anch'essariporta alla poesia di Gallo, si può forse leggere la richiesta di eguagliare anche il cantosuccessivo, tipicamente teocriteo, all'altezza della poesia galliana, composta dalla dee stesse(tandem fecerunt carmina Musae). Se cioè nel canto di Damone, ispirato ai versi di Gallo, sirisente in qualche modo l'opera delle Muse, autrici delle sue composizioni, nel momento diaccostare a questa poesia un altro canto, Virgilio fa alle dee la medesima richiesta, di comporreesse stesse anche il brano di ispirazione pastorale, in modo da porlo all'altezza di quello diGallo. In tal modo, sottoscrivendo l'affermazione dell'amico a proposito della propria poesia,Virgilio gli rende un elevato complimento letterario, non diversamente da ecl. 6, 64-73 eforse ugualmente riprendendo versi di Gallo ; al contempo, celebra implicitamente anche lapropria poesia come prodotto delle Muse, sia pure non con la forza del poeta elegiaco, che dàcome già compiuta l'opera delle dee, ma più tradizionalmente attraverso l'invocazione. Esaltatodall'apostrofe di ecl. 8, 62 s. non è dunque il canto di Alfesibeo, ma piuttosto quello di Damone,opera divina poiché deriva dai versi delle Muse per Gallo : per raggiungere la sua altezza,anzi, è necessaria ancora solo l'opera delle Muse. Si risolve così - mi pare - anche il dilemmadella presunta affermazione di superiorità del canto in realtà inferiore tra i due dell'ecloga, esi conferma la scissione tra validità pratica e bellezza estetica della poesia, che anche quandonon consola può raggiungere grandi risultati artistici.

26 Anche l'apostrofe alle Muse dell'ecl. 8, dunque, può essere ricondotta ai versi del papiro diGallo e confermare non solo la lettura del v. 6 nel senso proposto di « comporre carmi », maanche l'esistenza, nel testo virgiliano, di un dialogo con l'amico peraltro deducibile da indizidiversi. L'analogia di procedimento con l'ecl. 6, il confronto tra generi e l'asserita inferioritàdell'autore e della sua poesia, con la conseguente invocazione alle dee a compiere anche per luiciò che già hanno compiuto per Gallo, attestano la continuità del dibattito e la convinzione di

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Virgilio nel sostenere le sue posizioni e nel porsi di fronte alla produzione dell'amico. E propriol'individuazione di queste costanti incoraggia a proseguire la ricerca per ricostruire almeno letappe del dialogo di Virgilio con l'elegia, pur senza la speranza di recuperarne il senso preciso.

ECL. 9, 32-3627 Alcuni studiosi hanno ricondotto al v. 6 di Gallo anche ecl. 9, 32 s. (et me fecere poetam /

Pierides), nell'àmbito di un intero passo (vv. 32-36 : sunt et mihi carmina, me quoque dicunt /vatem pastores, sed ego nec credulus illis. / nam neque adhuc Vario videor nec dicere Cinna /digna sed argutos inter strepere anser olores) vicino ai vv. 6-9 del papiro sia per la menzionedelle Muse e per la presenza del verbo fecerunt, sia per il nesso dicere digna e per il riferimentoa due apprezzati poeti, Vario e Cinna, a v. 35, che sembrano richiamare la coppia Visco-Catonedi Gallo49. In realtà anche qui la questione è complessa, soprattutto perché il modello evidentedel brano virgiliano, più che Gallo, è un passo cruciale di Theocr. 7, 37-41, e perché i richiamial testo galliano non sono troppo espliciti, né nella forma, né nel senso, né per il contesto incui si trovano.

28 Certo, l'espressione et me fecere poetam / Pierides, vistosamente diversa da quella teocritea(v. 37) può far sospettare un'allusione a Gallo, che l'epiteto Pierides, solitamente impiegatoda Virgilio in relazione a lui, sembra confermare. Tuttavia i concetti espressi nei due branisono notevolmente diversi, e distanti appaiono anche le formulazioni, al di là delle analogieformali. Laddove infatti Gallo attribuisce con baldanza la paternità dei suoi versi alle Muse,Virgilio assegna alle dee il compito tradizionale di « fare il poeta », cioè di beneficare un uomocon i loro doni, rendendolo poeta. L'accezione del verbo fecerunt e il senso della frase nonsono dunque quelli di Gallo, poiché nell'espressione virgiliana l'opera delle Muse è il dono deltalento o dell'ispirazione artistica, ma l'onere e il merito della composizione restano del poetaumano, mentre in Gallo artefici del canto sembrano le dee50.

29 L'ipotesi avanzata che ecl. 9, 32-36 e i vv. 6-9 del papiro possano appartenere ad uno scambioamebeo di versi scherzosi tra i due poeti51 è ovviamente indimostrabile, ma al di là dellesomiglianze formali, mi sembrano più significative le differenze concettuali tra i brani, cheallo stato attuale delle conoscenze rendono impossibile cogliere un rapporto di continuità traessi, il senso logico di uno scambio di idee, di un discorso comune. Il passo virgiliano, tral'altro, non si inserisce in un contesto assimilabile a quello degli altri punti delle ecloghe in cuile Muse sembrano ricondurre a Gallo : non c'è qui, come in ecl. 6, in ecl. 8 e - vedremo - in ecl.10, un riconoscibile discorso di poetica o un confronto tra generi, né si individua la presenza ol'allusione all'elegia d'amore. Certo, il tema dell'ecloga, l'impotenza dell'arte contro la violenzadel reale, è tra i più sentiti della raccolta e spesso fa da sottofondo anche al dialogo con Gallo52,ma in ecl. 9 appare sviluppato solo nell'àmbito della poesia pastorale, come appare evidentedalle numerose imitazioni teocritee (si pensi solo alla più vistosa, a vv. 39-43) e, appunto,dalla dichiarazione programmatica dei vv. 32-36. In questo contesto, apertamente ispirato aTeocrito, non mi pare possibile inserire Gallo, pure ammettendo che in questo punto Virgilioabbia voluto consapevolmente alludere a lui.

30 L'entità stessa delle presunte affinità tra i due brani è in realtà piuttosto esigua  : non mipare infatti che bastino il richiamo alle Muse e il verbo facere, per giunta in un'accezionediversa da quella di Gallo, per poter parlare di imitazione intenzionale, piuttosto che, magari,di semplice allusione o reminiscenza, forse solo in segno di omaggio. Ad indebolire l'ipotesi diun'imitazione intenzionale di Virgilio sta poi un'altra considerazione, relativa al testo galliano :tra gli argomenti più ripetuti per sostenere un rapporto di imitazione tra i due brani è infatti lamenzione, in entrambi, di due poeti, Vario e Cinna in Virgilio, Visco e Catone in Gallo, e cioèun autore contemporaneo (Vario e Visco) e uno della generazione neoterica precedente (Cinnae Catone). Tuttavia lo stesso schema è anche nei versi teocritei ai quali scopertamente si rifàecl. 9, 32-36, poiché anche in Theocr. 7, 40 compaiono due nomi di poeti, Fileta e il Sicelida,vale a dire Asclepiade53, appartenenti a generazioni successive : neppure questo, dunque, è unelemento a favore di un rapporto diretto ed esclusivo di ecl. 9, 32-36 con il testo di Gallo.Tanto più che, laddove Virgilio dà ai due poeti lo stesso ruolo che essi avevano in Teocrito,

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quello di modelli a quali il parlante si dichiara inferiore, nel testo di Gallo il discorso è assaimeno chiaro.

31 Lo stato mutilo del papiro, infatti, con le due gravi lacune iniziali ai vv. 8 e 9, impedisce nonsolo di dedurre il senso complessivo dei vv. 6-9, e dunque di decifrare il rapporto del poeta conVisco e Catone, ma pone addirittura in dubbio la lettura del nome Kato54. Difficoltà di sensopone infatti la presenza del nome proprio, sia inteso come secondo vocativo dopo Visce, cherende problematico, anche se non impossibile, giustificare il seguito del v. 9 in seconda personasingolare (iudice te)55, sia se considerato nominativo, poiché nessuna ipotesi di ricostruzionedel testo in tal senso si rivela soddisfacente56. Non solo ; la stessa lettura Kato non è affattosicura, potendosi intendere le due lettere leggibili prima, pl, come parte della stessa parola,che verrebbe ad essere plakato e a costituire il nesso, duro ma non sorprendente in un autorecome Gallo57, plakato iudice te, riferito evidentemente a Visco, dunque unico interlocutore delpoeta. Questa lettura, confermata anche da una recente autopsia del papiro58, sembra risolverediversi problemi, tra cui appunto quello dell'interlocutore unico, in armonia con il discorso inseconda persona singolare, mentre il testo riceve un senso complessivamente accettabile59.

32 Se si accoglie questa proposta, tuttavia, viene meno la presenza di Catone nel testo, e dunquela coppia di poeti, presunto elemento di contatto con ecl. 9, 32-36. Non solo ; il rapporto incui Gallo si pone verso l'interlocutore, non chiaro per la frammentarietà del testo, non sembradi dichiarata inferiorità : l'orgoglioso non vereor, il cui oggetto è purtroppo perduto in unadelle due lacune dei vv. 8 o 9, non lascia infatti immaginare un atteggiamento del genere, mapiuttosto la rivendicazione dei meriti della propria poesia (come d'altronde si evince dai vv.6-7), della quale verosimilmente Visco è chiamato ad essere iudex. Siamo cioè in un àmbitoassai lontano da ecl. 9, 32-36, che nel concetto e nella forma si assimila invece direttamentea Theocr. 7, 37-41.

33 Altrettanto insostenibile, nell'ottica del rapporto di imitazione tra Virgilio e Gallo, l'ipotesiper cui l'archetipo potrebbe essere il passo virgiliano che, ripreso da Gallo, farebbe da tramitetra lui e il testo teocriteo60. A parte la difficoltà di motivare perché mai Gallo avrebbescelto, tramite Virgilio, proprio il modello bucolico di Teocrito per un testo come il suo,programmatico sulla poesia d'amore dedicata alla sua domina, tale proposta, avanzata pergiustificare l'innegabile dipendenza di ecl. 9, 32-36 da Teocrito e la sua vicinanza, almenoformale, al testo galliano, si scontra con un grave problema di ordine cronologico legato altesto del papiro. La datazione dei versi di Qaṣr Ibrîm, com'è noto, non è sicura e dipendedall'identificazione del Caesar di v. 261 : escluse per ragioni diverse altre ipotesi62, le propostecronologiche più accreditate restano quella al 45 / 44 a. C. (Caesar sarebbe Giulio Cesaree l'impresa alla quale si allude nel testo la progettata spedizione partica dell'ultimo periododella sua vita), e quella al 32 / 30 a. C. (Caesar sarebbe Ottaviano alla vigilia o subitodopo la campagna aziaca). Optare per l'una o per l'altra significa attribuire i versi del papirorispettivamente agli anni giovanili del poeta, in cui meglio, a mio avviso, si giustifica laproduzione di poesia d'amore, o a quelli della maturità, dell'impegno militare e politico piùintenso al fianco di Ottaviano, quando ormai Gallo aveva 40 anni.

34 La datazione più sensata mi pare la prima, per una serie di ragioni63, tra cui non ultimele reminiscenze dei versi del papiro nelle ecloghe virgiliane : se intese come imitazioni daparte del Mantovano, infatti, queste trovano senso entro un ricostruibile dialogo con Galloin anni vicini alla composizione del suo testo, ma se vengono considerate riprese da partedel poeta elegiaco dopo circa un decennio dalla pubblicazione delle Bucoliche (e cioè attornoal 30, accogliendo questa data per i versi del papiro) appaiono ben più problematiche. Sequesta ricostruzione è giusta, è evidente che i versi di Gallo, già imitati nell'ecl. 2, chedelle ecloghe è forse la più antica64, devono necessariamente essere anteriori anche alla 9e che dunque, rimanendo Teocrito il modello principale e indiscusso del passo, come dinumerosi altri spunti dell'ecloga, l'allusione a Gallo, se intenzionale, è solo un rapido accennoall'espressione fecerunt carmina Musae, opportunamente modificata e non estesa anche allamenzione di Vario e Cinna. Forse è un omaggio di Virgilio alla poesia dell'amico ed ècertamente possibile che non sia l'unica menzione di versi galliani nel testo e che nell'ecloga vi

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siano altri riferimenti a passi perduti della sua opera, magari entro un dibattito sull'impotenzadella poesia, sempre centrale nel dialogo con Gallo e presente ampiamente anche nell'ecl. 9.Si tratta però, ovviamente, di mere, indimostrabili ipotesi, che il brano virgiliano, alla luce diquanto conosciamo di Gallo, se rettamente interpretato, non consente di spingere più avanti.

Le Muse nell'Ecl. 1035 Che l'ultimo passo delle Bucoliche in cui la menzione delle Muse appare riconducibile al v. 6 di

Gallo sia nell'ecl. 10 è un dato che non può sorprendere : a conclusione del dialogo con l'amicoe con la sua poesia, Virgilio dedica a lui il componimento finale della raccolta, riprendendoancora e forse rivedendo, alla fine dell'esperienza bucolica, le tematiche che più hanno segnatole scambio d'idee con Gallo. La breve invocazione che c'interessa, però (vv. 70-72), va inseritanel discorso più ampio dell'intero carme, in cui le Muse compaiono a più riprese e in termininon sempre perspicui.

36 Le difficoltà poste dall'ecl. 10 risiedono in primo luogo nella mancanza del termine diconfronto di Virgilio, la poesia di Gallo, verosimile modello almeno di parti del testo65  ;ciò impedisce persino di intendere appieno il senso del carme, che si può genericamenteinterpretare come un confronto tra il genere elegiaco e quello bucolico, non però in terminicritici verso la poesia d'amore, né tanto meno verso l'ispirazione galliana, come pure lo si èinteso66 e come invece sembrano smentire le calorose dichiarazioni d'affetto di Virgilio perGallo e gli alti elogi alla sua poesia, in questa come in altre ecloghe67. Il fallimento ultimodel tentativo di Gallo di liberarsi dell'amore infelice, infatti, denuncia dei limiti dell'elegia arasserenare l'animo, implica anche il fallimento della poesia pastorale, nella quale Gallo avevacercato un conforto che non riesce a trovare. L'ecloga finale, dunque, appare una riflessione suilimiti della poesia, pienamente giustificata nel momento in cui Virgilio sta per abbandonare ilgenere pastorale, avendone esplorato i confini e saggiato le possibilità. Il discorso virgilianonon riguarda perciò solo l'elegia, ma - io credo - la poesia in generale, o almeno, accantoalla poesia d'amore, quella pastorale, ormai insufficiente per i suoi bisogni spirituali. Ma aspiegare questa consapevolezza non è solo il momento conclusivo dell'esperienza bucolica,la «  sazietà  », come il poeta stesso la definisce68, verso un genere ormai superato  ; essaappariva infatti già in ecl. 8, nella rappresentazione di un'arte creatrice di illusioni, ma nondavvero capace di modificare il reale, e forse - addirittura - già nell'ecl. 2, in cui pure, all'iniziodella composizione delle Bucoliche, il dialogo con Gallo aveva ispirato a Virgilio riflessionianaloghe69.

37 Se l'ecloga si può intendere in questa direzione, non trova senso l'interpretazione delle Muse,più volte presenti nel testo, come elementi di polemica contro Gallo. In tal senso viene lettatalora l'affermata assenza delle dee nel momento in cui Gallo, solo e disperato, è visitato dauomini e dei : l'asserzione - si è detto - celerebbe la critica di Virgilio all'inefficacia della poesiadell'amico, incapace di consolarlo, o al suo scarso talento70. In realtà a me pare che le menzionidelle Muse in tutta l'ecloga meritino un approfondimento più ampio, e soprattutto che vadanoconsiderate nel loro complesso, a cominciare da Aretusa, che nei versi iniziali simboleggia lapoesia pastorale di matrice teocritea (emblematico il richiamo all'omonima fonte siracusana)71,e dalle puellae Naides di vv. 9 s., anch'esse associabili alle Muse, in quanto simbolo dellapoesia bucolica nella scia di Theocr. 1, 6672, per arrivare alle autentiche Muse Pieridi invocateai vv. 70-72.

38 Chiedendo sostegno ad Aretusa nell'intraprendere l'estrema fatica bucolica, da dedicare aGallo, Virgilio istituisce il confronto con l'elegia d'amore, rappresentata dalle parole che faràpronunciare a Gallo ai vv. 31-69, e definisce nuovamente la sua scelta poetica e il modelloteocriteo. Ancora alla poesia pastorale egli pensa quando, a vv. 9-30, assimila il suo carmeall'idillio iniziale di Teocrito e il « suo » Gallo a Dafni. Il senso di quest'operazione, che miraa sancire l'ideale continuità della tradizione bucolica greco-latina, va letto a mio avviso anchenell'ottica del confronto con l'elegia, poiché al poeta amante infelice di quella poesia vieneaccostato, per analogia forse, più che per contrasto, il pastore simbolo della bucolica, anch'eglimorente per amore, sia pure per motivi diversi73. Ne vien fuori - mi pare - la constatazionedel fallimento della poesia, verso Gallo, certo, ma anche verso Dafni, e in quest'ottica vanno

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forse intese, a vv. 9-12, le Naiadi lontane dall'amante addolorato, come già lo erano state daDafni : oltre a giustificarsi con l'imitazione di Theocr. 1, 66 ss., infatti, la lontananza delleNinfe, che incarnano la poesia bucolica, rappresenta l'incapacità di Gallo a trovare confortonella tentata « conversione » al mondo e alla poesia arcadici, anticipando la sua ammissionefinale, constatazione sconsolata dell'invincibile potenza di Amore : omnia vincit Amor, et noscedamus amori (v. 69).

39 Né la poesia pastorale, dunque, né la premurosa sollecitudine di Virgilio basteranno a strappareGallo dalle sue sofferenze d'amore, né dal genere poetico a cui si è votato  ; piuttosto, eglipreferirà dire addio alla poesia tout court, se è questo il senso dei vv. 62 s. (iam nequeAmadryades rursus nec carmina nobis / ipsa placent  ; ipsae rursus concedite silvae)74,mentre a Virgilio non resterà che prendere atto del fallimento del suo tentativo e chiuderemalinconicamente l'esperienza pastorale (vv. 70-77). Ma - come il poeta ha affermato giànell'ecl. 8 e forse anche nella 2 - il valore della poesia non è nell'efficacia pratica, bensì nelpregio estetico, e così se l'elegia di Gallo, pur non riuscendo a consolare il dolore, ma anzicontribuendo forse ad acuirlo, ha comunque fatto di lui un divinus poeta (v. 17), allo stessomodo l'ecloga virgiliana, impotente a guarire i suoi mali, rappresenta un dono prezioso dipoesia e una testimonianza di affetto per lui. Rimane cioè il valore estetico dell'arte, la suabellezza avulsa da ogni finalità pratica e contingente, la pura espressione artistica che per unattimo riesce a strappare dalle sofferenze del reale e a dare l'illusione di un mondo diverso epiù sereno, come accade a Gallo nel suo sogno arcadico.

40 Ma se così è, se alla fine l'unica certezza è la bellezza del canto e il sogno di evasione cheesso regala, allora è necessario che esso sia davvero grande e degno del destinatario, e per farciò non bastano le umili ninfe bucoliche o la siracusana Aretusa. Il poeta si rivolge dunquealle Muse alte, alle Pieridi della grande poesia, le dee che hanno composto per Gallo e cheancora, in vista della destinazione del carme a lui, sono invitate a rendere degni di lui gli umiliversi pastorali. Innegabile mi sembra anche qui l'allusione al v. 6 del papiro di Qaṣr Ibrîm75, :la richiesta alle Muse presuppone il riconoscimento del loro rapporto privilegiato con Gallo,il ricordo che esse hanno composto per lui e la preghiera di fare altrettanto per Virgilio, chescrive per Gallo, perché egli, poeta divino, possa apprezzare i versi a lui dedicati. Certo, anchequi l'audacia dell'affermazione galliana è mitigata, ancor più che in ecl. 8, poiché non solo èuna preghiera a fronte della categorica affermazione di Gallo, ma per giunta il senso del verbofacere è attenuato dalla presenza del predicativo maxima : i versi cioè sono stati composti dalpoeta e alle Muse tocca il compito tradizionale di perfezionarli ed elevarli per soddisfare ilraffinato gusto artistico del destinatario e dare all'autore la certezza del suo apprezzamento.Il che naturalmente è un alto complimento letterario alla sensibilità artistica di Gallo, maanche l'accettazione del suo rapporto speciale con le Muse e dunque della qualità della suapoesia, alla quale solo invocando allo stesso modo le Muse Virgilio spera di avvicinarsi. Ilprocedimento è dunque lo stesso di ecl. 6, 13 e di ecl. 8, 62-63, in cui il riconoscimento dellagrandezza artistica di Gallo e l'accettazione della sua iperbolica affermazione vanno di paripasso con la dichiarazione dell'inferiorità di Virgilio, per compensare la quale egli fa alle deeun'analoga richiesta, che anche qui cela un'altissima considerazione dei suoi versi. Il tutto entroun confronto tra generi e probabilmente in un dibattito sul senso dell'elegia e della poesia ingenerale che attraversa le ecloghe più ampiamente di quanto possa sembrare.

41 Le affinità di ecl. 10, 70-72 con gli altri passi individuati, tuttavia, non si fermano qui. Comead ecl. 6, 13, infatti, anche qui la ripresa dei versi di Gallo si traduce in un'imitazione originale,una variazione del modello intrapresa all'inizio dell'ecloga e qui coerentemente conclusa. Aivv. 2-3 (pauca meo Gallo, sed quae legat ipsa Lycoris / carmina sunt dicenda : neget quiscarmina Gallo ?), nel brano introduttivo dell'ecloga, parallelo a quello finale in cui sono i vv.70-72, si può avvertire un'eco del v. 7 del papiro : (sc. carmina) quae possem domina deiceredigna mea. Più che assimilare, come spesso si afferma, quae legat ipsa Lycoris al verso diGallo, intendendo in entrambi i passi la donna come destinataria del carme, laddove neppuredal papiro si può inferire una simile conclusione76, importante nei due versi virgiliani mi parepiuttosto la sostituzione, sia pure con un ruolo mutato, di Gallo a Licoride77. Ciò che Galloaveva forse chiesto alle Muse e che proclama di aver ottenuto (una poesia degna della domina),

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Virgilio, dopo aver esposto la necessità di scrivere per Gallo (vv. 2-3), lo chiede alle dee perl'amico, non in quanto oggetto, bensì come esigente e raffinato destinatario del canto. Così,implicitamente, egli rivolge a Gallo lo stesso complimento che questi aveva rivolto a Licoride,e cioè l'altezza divina, poiché egli che conosce la poesia delle Muse può ritenere degno disé solo un canto da loro composto. Come in ecl. 6, 13, Virgilio sembra riutilizzare i versi diGallo, mitigandone l'audacia, ma al tempo stesso facendo all'amico un indubbio complimento,nel momento in cui accoglie il senso della sua formulazione. Al tempo stesso, sia pure inmodo molto discreto, finisce tuttavia per esaltare anche i suoi versi come opera divina intutti i tre passi esaminati : se infatti nell'ecl. 6 ciò che segue all'apostrofe (l'incontro di Silenocon i fanciulli e soprattutto il suo canto, attribuito ad Apollo) è sostanzialmente ricondottoalla matrice divina di Apollo, nell'ecl. 8 entrambe le parti finiscono per esser attribuite alleMuse. Il canto di Damone, grazie alla somiglianza o alla derivazione dalla poesia di Gallo,opera delle dee, appartiene loro in qualche misura, mentre quello di Alfesibeo, che Virgiliochiede alle Muse di eguagliare al primo, è presentato come loro opera, poiché il poeta dàl'impressione di trarsi in disparte per lasciarle cantare (vos ... dicite Pierides  : non omniapossumus omnes). Allo stesso modo nell'ecl. 10 la richiesta alle Muse della grande poesia èformulata in un modo ambiguo, che mitiga la forza dell'affermazione di Gallo, ma rivendicaanche all'arte virgiliana analoga grandezza  : l'indicativo futuro, infatti (facietis), attenua laforza del secco fecerunt del papiro, spostando nell'avvenire il compimento della richiesta, malo mantiene nell'àmbito della realizzabilità, della certezza. Il poeta non si limita a chiederel'aiuto delle dee con il linguaggio consueto della preghiera, ma dà per certo l'esaudimento, siapure spostandolo nel futuro. Mi pare un segno non trascurabile dell'impatto dell'affermazionegalliana sui contemporanei, ma anche dell'intensità e dell'ampiezza del dibattito che Virgiliotese ad instaurare e mantenere con la nuova elegia, riconoscendone senza dubbio l'originalità,la bellezza e le grandi potenzialità, ma premurandosi anche di rivendicare le stesse qualitàalla sua poesia bucolica ; senza polemiche, ma entro un confronto che valorizzasse entrambii genere e ne riconoscesse i limiti comuni.

42 Purtroppo i termini precisi della discussione tra Virgilio e Gallo continuano a sfuggire, per laperdita dell'opera dell'elegiaco, ma dopo la scoperta dei pochi versi di Qaṣr Ibrîm, abbiamoalmeno una certezza più fondata dell'esistenza e dello sviluppo di questo dibattito, iniziatonell'ecl. 2, forse agli esordi dell'esperienza bucolica virgiliana, e concluso nella 10, extremuslabor del genere, forse in coincidenza con l'abbandono della poesia da parte di Gallo78. Lemenzioni delle Muse in termini affini a quelli galliani, riconoscibili per quel che conservanodell'audacia del modello, possono scandire altrettante tappe di questa difficile ricostruzionee insegnarci a leggere con occhi diversi le ecloghe interessate da questo dibattito, o almenofarci rendere conto, oggi più di prima, di quanto in esse rimanga purtroppo ancora al di là dellanostra comprensione.

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Zecchini 1981 = G. Zecchini, Il primo frammento di Cornelio Gallo e la problematica partica nellapoesia augustea, in Aegyptus 60, 1980, p. 138-148.

Notes

1 L'inatteso inserimento di un personaggio contemporaneo – Gallo - celebrato con toni di alto elogio inuna composizione dedicata ad un altro (Varo) è certo un elemento di rilievo. Fondamentale innovazionepoetica virgiliana - si ricordi - è per Snell 1954, p. 390, l'introduzione di personaggi contemporaneinell’ambiente mitico e idealizzato dell'Arcadia letteraria.2 Che si tratti di celebrazione e non di investitura poetica, come generalmente si afferma, è un giustorilievo di D'Anna 1989, p. 70: Gallo nella scena virgiliana non viene incoronato poeta, poiché lo è già(cfr. l’allusione al Permesso e all'elegia); viene piuttosto « promosso » dalle Muse e da Lino ad un genere,quello mitico–eziologico, più elevato dell'elegia erotica. Iniziazione, dunque, ma non alla poesia toutcourt, bensì alla Musa esiodea.3 Come hanno sostenuto molti critici: cfr. Skutsch 1901, p. 34, Desport 1952, p. 223 s.; Boucher 1966,p. 95, Wimmel 1960, p. 235, Ross 1975, p. 36 e nota 1, Tschiedel 1977, p.125 s., Nisbet 1979, p. 151.4 Come nota Hollis 2007, p. 239.5 Un tale fusione di generi ha fatto parlare Ross 1975 di un progetto di poesia universale e di superamentodei generi. Lo studioso, che a p. 109 immagina l'elegia di Gallo una fusione di temi e generi, di cuipoi il poeta avrebbe privilegiato l'argomento erotico, ritiene l'ecl. 6 un esempio di questa produzione.Per Lieberg 1981, p. 228, l'ecloga sarebbe addirittura una miniatura di generi letterari, sintesi di poesialucreziana nella parte cosmogonica, di tragedia ed epillio alessandrino nei miti cantati, di elegia eroticanella scena di Gallo (?) e ancora di epillio nel seguito di esempi mitici.6 Elementi neoterici sono riconoscibili nell'ecl. 6: per La Penna 1966, p. XVII, l'excursus su Gallotradirebbe un evidente influsso del poeta elegiaco sul Mantovano, sempre attento alle novità delpanorama culturale contemporaneo; a conferma, lo studioso cita il brano di Pasifae, in cui la narrazione ècondotta soggettivamente, nella linea della nascente elegia erotica latina. Sulla ripresa dello Io di Calvo(fr. 9 Morel: A virgo infelix, herbis pasceris amaris!), segno di quanto Virgilio conoscesse e apprezzassele nuove tendenze poetiche, cfr. Paratore 19613, p. 133. Sui possibili contatti di Virgilio con Partenioproprio tramite Gallo, cfr. Fantazzi 1966, p. 175, e Clausen 1965, p. 47-62, che dimostra come il poetagreco abbia dato l'avvio alla seconda ondata del callimachismo a Roma, influenzando giovani artisti quali

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Cinna, Calvo, Catullo, Gallo e lo stesso Virgilio. Cfr. anche Crowther 1976, p. 65-71, e, sull'importanzadi Partenio nell’ecl. 6, Courtney 1990, p. 105.7 Sull'alessandrinismo dell'ecloga e sul debito di Virgilio verso Callimaco, cfr. Cupaiuolo 1996, p. 482–503; Ross 1975, p. 37 s.; sull'origine callimachea della recusatio dei vv. 3 ss., cfr. Wimmel 1960, p. 132ss. Sulla presenza di Callimaco nella scena di Gallo, cfr. Clauss 2004, p. 71-93.8 Quanto a Gallo, per Rostagni 1955, p. 49, egli sarebbe stato un « banditore » di poesia e di gustoalessandrini, e Coleman 1962, p. 57, insiste sul suo ruolo di capofila tra i poeti d'ispirazione ellenistica aRoma. Cfr. anche Otis 1964, p. 32. Sulla vicinanza di Virgilio alla seconda generazione dei poetae novi,deducibile dal suo rapporto con Gallo e con Partenio di Nicea, cfr. Thill 1979, p. 53 s., che la ricava anchedalla menzione encomiastica di Vario e Cinna ad ecl. 9, 35 s. e dall'attacco ai seguaci dei veteres comeBavio e Mevio ad ecl. 3, 90 s. La Penna 1990, p. XXXV s., riscontra una forte influenza neoterica nellascelta dei temi di Sileno e ritiene i poetae novi il tramite del callimachismo per Virgilio. Per Clausen1996, p. 177, il canto di Sileno, di ispirazione neoterica, attesterebbe, oltre l'omaggio agli amici poeti,il gusto di Virgilio verso quel tipo di produzione.9 Nondum etiam Ascraeos norunt mea carmina fontis, / sed modo Permessi flumine lavit Amor.Commentatori properziani e critici virgiliani riconoscono in questi due versi un attacco al brano su Gallonell'ecl. 6 (per Nicastri 1984, p. 24, l'origine del motivo potrebbe risalire a Gallo): cfr., ad esempio, Enk1962, p. 165 s.; Camps 1967, p. 111; Giardina 1977, p. 148. Sulla polemica di Properzio con Virgiliocfr. pure Bardon 1949, p. 219 s.; Coleman 1962, p. 59; Gigante Lanzara, p. 121 ss. Al contrario D'Anna1989, p. 50 ss., nega nel brano properziano una contrapposizione a Virgilio, ma accetta l'identificazionedel Permesso con l'elegia. A suo giudizio la polemica properziana contro il passo virgiliano si esplicapiuttosto a 2, 13, 3 ss. Invece Ross 1975, p. 105 ss., tenta di negare l'identificazione Permesso = elegia,ma non motiva convincentemente i due versi di Prop. 2, 10.10 Hic (sc. Amor) me tam gracilis vetuit contemnere Musas / iussit et Ascraeum sic habitare nemus, /non ut Pieriae quercus mea verba sequantur / aut possim Ismaria ducere valle feras. Sul rapporto diquesti versi con l'ecl. 6, Ross 1975, p. 31 ss.; Nisbet 1979, p. 150 s.; D'Anna 1989, p. 52 s.; Gagliardi2003, p. 155 s.11 Così sostengono Reitzenstein 1896, p. 194 s.; Skutsch 1901, p. 34 s.; Desport 1952, p. 223 e 235;Boucher 1966, p. 95; Wimmel 1960, p. 235; Ross 1975, p. 20 s.; Nicastri 1984, p. 24.12 Per Coleman 1962, p. 59 s., Virgilio considererebbe l'epico e il didascalico i generi poetici più elevati,dando un saggio del secondo nel canto di Sileno ed esortando in tal modo Gallo a dedicarsi ad esso,se vuole diventare un vates. Cfr. altresì Bardon 1949, p. 219 ss. e 227 (Gallo può aspirare a poesia piùelevata dell'elegia erotica); Fantazzi 1966, p. 185 s.; Nisbet 1979, p. 152 ss. Così anche Paratore 19613,p. 135; Courtney 1990, p. 109 s.; Nicastri 1984, p. 22 (Virgilio gli fa omaggio, ma cerca anche di attirareGallo nella propria concezione della poesia come fonte di serenità).13 La paternità galliana del testo papiraceo, proposta da Nisbet 1979, p. 148, ha trovato il consensoquasi unanime degli studiosi, con la sola eccezione di Giangrande 1980, p. 141-153; Giangrande 1981,p. 41-44; Giangrande 1982, p. 83-93 e 99-108, seguito da Naughton 1981, p. 111 s., ma le loro obiezionisono state validamente controbattute (cfr. Van Sickle 1981, p. 115-124 e 125-127; Nicastri 1995, p.175-200.14 Ma non va escluso che l'affermazione possa trovarsi ad inizio di libro ed alludere quindi aicomponimenti che seguono l'epigr. c. Sulla posizione dei versi nel liber la discussione è aperta: Nisbet1979, p. 149 s., propende per la fine di un libro, per via del perfetto fecerunt e da tandem di v. 6 e sullabase dei confronti con Hor. Carm. 3, 30, 1 e Ov. Met. 15, 871, nonché per la presenza nei vv. 6-9 elementiadatti ad una sphragis (così anche Petersmann 1980, p. 76 s.; Petersmann 1983, p. 1653-1655; Hinds1984, p. 45; Nicastri 1984, p. 17). Tuttavia Van Sickle CW 1981, p. 74 s., riporta calzanti esempi di verbial passato anche in carmi incipitari di raccolte poetiche, che pure possono essere considerati in funzionedi sphragis. Non ha valore cogente neppure la considerazione della prassi antica di terminare il rotoloin coincidenza con la fine di un libro (che, data la presenza di carmi successivi a quelli leggibili nelpapiro, escluderebbe la collocazione di questi in chiusura di libro): cf. Nisbet 1979, p. 150, nota 123, ela discussione in Capasso 2004, p. 78-81, che trova più plausibile la posizione iniziale.15 Cfr. Lieberg 1987, p. 527-544, e Gagliardi 2010, p. 83-86.16 Meno sicura la presenza anche del nome di Catone, potendosi leggere la parte iniziale del v. 9 anchecome plakato, che a mio avviso è quella più giusta. Per la discussione e la sintesi bibliografica sul puntocfr. Gagliardi 2011a, passim. Iudex è termine tecnico del linguaggio critico letterario, come dimostranoi validi esempi addotti da Parsons - Nisbet 1979, p. 147, e da Morelli – Tandoi 1984, p. 104; cfr. ancheManzoni 1995, p. 87. Di Visco e del suo possibile ruolo nella quartina mi sono occupata in Gagliardi2011a, p. 92-95.17 Che io intendo, nella scia di studiosi quali Giangrande 1980, p. 153; Heyworth 1984, p. 64; Morelli1985, p. 141 e 168-171, formato dai vv. 6-9, considerando i versi due componimenti tetrastici in séconclusi (vv. 2-5 e 6-9) e non, come pure si è sostenuto (cfr. Lee 1980, p. 45 s.; D'Anna 1980, p. 77;Newman 1980, p. 88 ss.; Miller 1981, p. 174 s.; Magrini 1981, p. 7 ss.; Whitaker 1981, p. 94 s.; Graf

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1982, p. 31 ss.; Fairweather 1984, p. 167-174; Évrard 1984, p. 34; O Hara 1989, p. 561 s.; Noonan 1991,p. 118-123; Cairns 2006, p. 410-412), parte di un'unica elegia: difficile sarebbe infatti in questo casotrovare un senso univoco al succedersi dei destinatari, dei temi e dei toni.18 Per una rassegna delle proposte di integrazione, Capasso 2004, p. 64-73; per la discussione, cfr.Gagliardi 2011a, p. 84-87.19 Così Parsons-Nisbet 1979, p. 143. Sul punto cfr. altresì Morelli 1985, p. 153 s. e 156.20 Nessuno dei passi indicati dagli studiosi come possibili precedenti per la frase di Gallo mi sembranoinfatti persuasivi, come ho tentato di dimostrare in Gagliardi 2010, p. 69-83.21 La preferibilità della prima lettura si basa a mio avviso, più che sulla strana affermazione di Parsons-Nisbet 1979, p. 144, secondo cui intendere «  call worthy ... limits the poet's role too much  », su unaquestione di senso: se infatti Gallo si riservasse il compito di definire digna i carmi delle Muse, siarrogherebbe il diritto di giudicare addirittura l'opera delle dee, il che mi sembra blasfemo e francamenteeccessivo, anche per un personaggio come lui, orgoglioso e convinto del suo valore. Della questione misono occupata in Gagliardi 2010, p. 63 s.22 Si pensi ai tratti di prorompente originalità del personaggio, tra cui il ruolo, attribuitogli da Ov. Trist.4, 10, 53 s. e da Quint. Inst. or. 10, 1, 93, di inventor dell'elegia, un genere tra i più originali dellaletteratura latina, ma anche il tono auto-elogiativo della stele di File e la hybris (Dio. Cas. 53, 23, 5),o almeno gli atteggiamenti di eccessiva indipendenza nella prefettura d'Egitto imputatigli nel processoche lo condusse alla morte.23 Ovviamente questo discorso presuppone una datazione dei versi di Gallo anteriore a quella delleecloghe, e cioè -come gran parte degli studiosi ritiene- attorno al 45 / 44. Per la discussione sul puntocfr. infra e nota 63.24 Cfr. in tal senso Suerbaum 1987, p. 626.25 Cioè soprattutto nell'Eneide, cfr. ad esempio 1, 8; 7, 37-41; 7, 641-646; 9, 77-79; 9, 525-528; 10, 163.26 Qui, come nota Clausen 1996, p. 111, il modello è Theocr. 10, 24 s. e 11, 3, due contesti in cuil'appellativo sembra usato in modo convenzionale, senza intenti specifici annessi alla collocazionegeografica, ad indicare genericamente la poesia; diversamente, nelle occorrenze virgiliane delleBucoliche, il termine mi pare alludere specificamente alle Muse come simbolo di poesia di matrice greca,sia in ecl. 3, 85, in cui le Pierides sono non casualmente associate alla rustica Musa di Damone (v. 84),sia negli altri passi di cui ci occuperemo, a mio avviso riconducibili in qualche modo a Gallo, in cuil'appellativo potrebbe sottintendere o una citazione della sua poesia, o il riferimento a suoi modelli e aldibattito di Virgilio con lui.27 Non si dimentichi che proprio con l'invocazione alle « Muse della Pieria » si aprivano gli Erga esiodei,benché il proemio fosse già per gli antichi di dubbia autenticità (cfr. Pausan. 9, 31, 4).28 Che ha suscitato diversi problemi, da quello dell'effettiva composizione a quello della collocazionecronologica e di genere entro l'opera di Gallo: per una sintesi delle principali questioni cfr. Gagliardi2003, p. 45-47 e note 21-27.29 Nulla, ad esempio, è in Coleman 20018, p. 178, che cita solo gli altri appelli alle Pierides ad ecl. 3,85; 8, 63 e 10, 72, mentre Clausen 1996, p. 182, rimanda solo ad ecl. 3, 85.30 Così Suerbaum 1987, p. 630.31 Che Gallo abbia in un altro punto dell'opera rivolto alle Muse una supplica, di cui qui dichiarerebbel'esaudimento è ipotesi di Nisbet 1979, p. 150 s., che però immagina che il poeta richiedessel'approvazione dei carmi da parte della domina; cfr. altresì Nicastri 1984, p. 100, e Morelli 1985, p. 153parte della domina; cfr. altresì Nicastri 1984, p. 100, e Morelli 1985, p. 153 s.32 Sullo stretto rapporto tra i due punti cfr. Serrao 1990, p. 116.33 I tentativi di ricostruire l'opera di Gallo a partire dall'ecl. 6 e dalla 10, d'altronde, sono stati frequentitra gli studiosi, da Skutsch 1901, seguito da una lunga schiera di critici, fino a Suerbaum 1968; tali sforzirestano però inevitabilmente sterili.34 Sul senso di prima, se attributo di nostra Thalia, allusivo agli esordi poetici virgiliani, o con ilvalore predicativo di « per prima », il dibattito è aperto ed entrambe le tesi vantano illustri sostenitori:per la prima si pronunciano, tra gli altri, Wagner, Jahn, Skutsch, Cartault, Benoist, Forbiger, Goelzer,Plessis, Perret; per la seconda Ferguson, Stegen, Cupaiuolo, Buchner, Luiselli. Sintesi bibliografiche inB. Luiselli 1967, p. 95 s., e in D'Anna 1989, p. 11 ss. Conte 19842, p. 126, evidentemente intendendoprima in senso predicativo, riconosce qui un classico « proemio al mezzo », in apertura della secondaparte del liber Anche per me il prima iniziale è predicativo e non attributo di Thalia, in quanto pocosostenibile mi pare l'interpretazione « autobiografica » dei vv. 3-12, in cui Virgilio ripercorrerebbe letappe della propria carriera poetica, confessando il fallimento delle sue aspirazioni giovanili all'epica.35 La presenza di Teocrito nella recusatio ai vv. 3 ss. è resa esplicita dalle allusioni alle Talisie: cfr.Serrao 1990, p. 116.

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36 Anche il compiacimento di Apollo per i versi di Gallo, preannunciato al v. 73, è stato giudicato daClauss 2004, p. 89, nota 65, « an exquisite compliment » al poeta elegiaco.37 Del valore elogiativo dell'ecloga nei suoi confronti, forse anche qui, oltre che ai vv. 64-73, Gallodovette essere ben consapevole: se infatti si presta fede all'episodio narrato da Serv. ad ecl. 6, 11 e, conmeno precisione, da Don., Vita 26, p. 8 Hagen, si può immaginare che potesse essere lui a promuoverela recitazione pubblica del carme ad opera della sua amante: ma sulla credibilità storica dell'episodio cf.Gagliardi 2009, p. 50 s.38 La datazione dell'ecloga dipende dall'identificazione del dedicatario, comunemente indicato inPollione, ma che per alcuni potrebbe essere Ottaviano: al di là dei problemi suscitati da questa secondaidentificazione, che abbasserebbe al 35 la composizione del carme, cioè dopo la spedizione di Ottavianoin Dalmazia, laddove pensando a Pollione si arriverebbe al tardo 39, al ritorno dalla campagna controi Partini e prima del trionfo, in ogni caso l'ecloga è tra le ultime della raccolta, se si accoglie la notiziaantica della composizione in un triennio a partire dai 28 anni del poeta. All'ipotesi di Ottaviano alludonosia Servio, sia il Danielino; tra i moderni, dopo Garrod 1916, p. 216 s., cfr. Bowersock 1971, p. 73 ss.;Bowersock 1978, p. 201 s., e, nella sua scia, Schmidt 1974, p. 31 ss.; Ross 1975, p. 18 e nota 1; Clausen1996, p. 233-237; cfr. ancora, con buoni argomenti (che però non risolvono il problema della datazionetroppo bassa), Mankin 1988, p. 63 ss., mentre Nisbet 1979, p. 153, nota 142; Farrell 1991, p. 204-211;Thibodeau 2006, p. 618-623, sostengono l’identificazione con Pollione e la datazione del carme tra il42 e il 39.39 Sul carattere anomalo e solo esteriormente ed embrionalmente amebeo dell'ecl. 8, cf. Mac Donald2005, p. 13.40 Sul rapporto con il celebre modello teocriteo e sulle scelte imitative di Virgilio cf. infra, nota 47.41 Cf. la genealogia poetica degli elegiaci tramandata da Ov. Trist. 4, 10, 53 s. e da Quint. Inst. or. 10,1, 93.42 Vi sono indubbi elementi elegiaci nel personaggio e nel suo canto: cf. Putnam 1970, p. 258-277;Richter 1970, p. 91-94. Per Tandoi 1981, p. 267, il canto di Damone inaugura una nuova forma dinarrazione sentimentale; sulla natura « elegiaca » del brano, che inaugura anche il linguaggio tipico diquella poesia, cfr. anche p. 311, nota 121).43 Costruita in sapiente klimax, la scena iniziale passa dalla descrizione degli effetti del canto sullanatura inanimata agli animali: cfr. Tandoi 1981, p. 268. Per Solodow 1977, p. 760, i 5 versi introduttivisintetizzano i temi portanti del carme, il potere della magia e quello della poesia. Cf. altresì Hubbard1998, p. 116. Sull'interpretazione « orfica » dell'ecl. 8 come riflessione sull'impatto della poesia sul realecf. Richter 1970, p. 42 s.44 Cfr. in tal senso Richter 1970, p. 20 s.; 94; Tandoi 1981, p. 294 e passim.45 Cfr. Richter 1970, p. 69-72. Sulla concezione virgiliana della poesia come fonte di serenità, nella sciadi Lucrezio (cf. i proemi ai ll. 1 e 4 del De rerum natura), cfr. Paratore 1977, p. 33, sintesi di idee giàsostenute dallo studioso in pubblicazioni precedenti.46 Così ad esempio Richter 1970, p. 17; Tandoi 1981, p. 294. Per una rassegna delle interpretazioni deivv. 62 s. e sulle ragioni della presunta superiorità del canto di Alfesibeo, cfr. il mio Non omnia possumusomnes. Cornelio Gallo nell'ecl. 8 di Virgilio, di prossima pubblicazione.47 Il canto di Alfesibeo è da sempre apparso inferiore anche al modello teocriteo dell'id. 2, rispetto alquale esso mantiene solo la descrizione del rito magico, ma rinuncia alla caratterizzazione psicologicadella protagonista: cf. in tal senso Garson 1971, p. 202, nota 1 e Richter 1970, p. 82-84, secondo cui (p.19), Virgilio sceglierebbe di sacrificare il pathos, cioè l'aspetto più pregevole dell'idillio teocriteo, percreare un canto che si contrapponga efficacemente a quello tragico di Damone (in tal senso anche Garson1971, ibidem). Sul rapporto del canto di Alfesibeo con l'id. 2 di Teocrito, cf. anche Segal 1987, p. 167.48 Sull'interpretazione del finale le opinioni degli studiosi si dividono: tra chi lo intende come l'avverarsidelle speranze della donna, cfr. Coleman 20018, p. 254, che però vede affermata nel canto di Damonel'inefficacia della « medecine of the Muses »; Richter 1970, p. 34, 83 e 152; Klingner 1967, p. 145;Putnam 1970, p. 89 s.; Büchner 19862, p. 282; Garson 1971, p. 202; contraddittorio Solodow 1977, p.760 s., che sembra dapprima credere all'effettivo ritorno di Dafni, e dunque al potere della poesia, masubito dopo (p. 761) legge il v. 108 come riprova dell'impotenza della poesia agli occhi di Virgilio; trachi ritiene che l'esito sia negativo, cf. Williams 1968, p. 304; Segal 1987, p. 177; Mac Donald 2005, p.23. Un prudente non liquet in Putnam 1970, p. 289 s.; Tandoi 1981, p. 315-317; Hubbard 1998, p. 117;Papanghelis 1999, p. 54 s. Giustamente Breed 2006, p. 39 s., riconosce in questo finale la volontà delpoeta di dargli un carattere ambiguo e irrisolto.49 La vicinanza tra i versi dell'ecl. 9 e quella del papiro, indicata da J. Van Sickle agli editores principes(cf. Parsons-Nisbet 1979, p. 144) è stata studiata da Hinds 1984, p. 44-46, che cita Zetzel, e da Manzoni1995, p. 77-79. In particolare l'accento sulle analogie tra le coppie Visco-Catone e Vario-Cinna è statoposto da Zetzel, in Hinds 1984, p. 55-56, note 5 e 6.50 Cf. in tal senso anche Lieberg 1987, p. 532.

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51 Da Hinds 1984, p. 46.52 Sul tema dell'impotenza della poesia contro i mali della storia nell'ecl. 9, cf. Putnam 1970, p. 302-305e 334 s.; Solodow 1977, p. 762-767; Perkell 2001, p. 64-88; Breed 2006, p. 18.53 Sul punto cf. Hunter 1999, p. 162.54 Non insormontabile il problema della grafia ka, pure sollevato da qualche studioso: all'epoca di Gallo,infatti, l'oscillazione della scrittura tra ka e ca (cf. nel papiro carmina a v. 6) era perfettamente possibile.La questione paleografica è posta, ma anche superata, da Parsons-Nisbet 1979, p. 134; 146 e nota 77, eripresa da Graf 1982, p. 24 s., da Morelli – Tandoi 1984, p. 106, nota 13, e da Morelli 1985, p. 159-161,nota 19; cf. anche Griffith 1988, pp. 67; Manzoni 1995, p. 84.55 Sostengono il vocativo Nicastri 1984, p. 94 s.; Parsons - Nisbet 1979, p. 145 s., nelle varie proposteavanzate più o meno dubitativamente (Verducci 1984, p. 123, nota 8, accoglie [quod si iam vide]aturidem tibi, non ego, Visce, / [non, quadruple] Kato, suggerito con qualche perplessità dagli editoresprincipes a p. 145 s., e non condiviso da Morelli 1985, p. 159, che tuttavia approva il vocativo); Griffith1988, p. 66-68 ([Codrum, sei vide]atur idem tibi, non ego, Visce, / [non, qua es laude] Kato, iudice tevereor, contestato da Capasso 2004, p. 68, sulla base della considerazione che le tracce del papiro nonautorizzano affatto la lettura laude).56 Il nominativo di Kato è stato proposto da Hollis 1980, p. 541 ([quae volt dupla] Kato, che appareartificioso a Morelli – Tandoi 1984, p. 106, nota 13; contrario anche Manzoni 1995, p. 84, nota 63); daCourtney 1993, p. 268; da L. Gamberale, in Morelli 1999, p. 70; da Newman 1980, p. 92 s., criticato daMagrini 1981, p. 13, nota 15, e da Manzoni 1995, p. 87.57 Notoriamente durus, secondo il giudizio famoso di Quint. Inst. or. 10, 1, 93 (durior Gallus).58 Cf. Capasso 2004, p. 47 e 70.59 Ho discusso il passo e le proposte di integrazione in Gagliardi 2011a, p. 84-87.60 E' una proposta di Manzoni 1995, p. 78 s.61 Anche se -a rigore- ciò consentirebbe di datare solo i vv. 2-5: data tuttavia la vicinanza dei duecomponimenti nel papiro, è lecito immaginare che appartenessero alla stessa raccolta e che dunque nonfossero troppo distanti cronologicamente. Sulla correttezza metodologica di questo procedimento, cf.Morelli – Tandoi 1984, p. 114 s., nota 31, e Amato 1987, p. 323 s. e passim.62 Tra esse, se si identifica il Caesar con Giulio Cesare, la vigilia di Munda, scartata dagli studiosiperché si trattava di una guerra civile, per cui non sarebbe stato il caso di menare vanto, e perché la sualimitata importanza non giustificherebbe la definizione di maxima pars historiae, ma anche perché daessa non si poteva prevedere un ricco bottino: cf. Nisbet 1979, p. 151 s.; Nicastri 1984, p. 132 s. PerOttaviano si è indicata la campagna contro Sesto Pompeo nel 36 (cf. Newman 1980, p. 85-88, e Newman1984, p. 19-29); la spedizione illirica del 35 (cf. Hutchinson 1981, p. 37-41; contra, Geraci 1983, p. 97);Zecchini 1980, p. 141 ss., ha ipotizzato una spedizione partica progettata verso il 30 a. C. e auspicata daGallo contro l'orientamento del princeps (contra, Geraci 1983, p. 97 s.; Nicastri 1984, p. 138 s.; Morelli- Tandoi 1984, p. 115, nota 33, e Rohr Vio 2000, p. 80-82).63 Per un esame di esse cf. Gagliardi 2009, passim.64 Come mi sembra abbiano sufficientemente dimostrato cf. Morelli - Tandoi 1984, p. 104-106, lasomiglianza tra ecl. 2, 26 s. e i vv. 8-9 di Gallo va risolta nel senso di un'imitazione virgiliana.65 Almeno secondo la notizia serviana ad ecl. 10, 46 (hi versus omnes Galli sunt, ex ipsius translaticarminibus), che a sua volta scatena una serie di problemi sull'interpretazione di translati e sul numerodi versi a cui va riferita. La notizia è ambigua infatti nel senso (translati significa «  rielaborati  » osemplicemente « citati »? cfr. la sensata conclusione del Ross 1975, p. 41: « translated » -that is, « madeuse of », e nota 2: « transtulit need not mean 'translated', e Boucher 1966, p. 80) e nell'estensione delriferimento (dove finirebbe la citazione o rielaborazione da Gallo?). Oltre ai vv. 46 ss., può forse risalire aGallo il v. 69, che, diviso nettamente in due emistichi chiusi da amor in poliptoto, ha andamento elegiaco:cfr. Grondona 1977, p. 26 s.66 Fin dall'antichità l'ecloga è apparsa talora una competizione o una critica di Virgilio a Gallo: lo attestagià Serv. ad ecl. 10, 31: et allegoricos ostendit Vergilius, quantum ei praestet amores eius canendo. Intal senso tra i moderni legge l'ecl. 10 Pasoli 1976, p. 587-591; Pasoli 1977, p. 106 (ma già Pohlenz 1965,p. 110); cf. altresì Monteleone 1979, p. 46 s., nota 54; D’Anna 1989, p. 58 e 75; Manzoni 1995, p. 79;contra, Barchiesi 1990, p. 470, e Gagliardi 2003, p. 226 s., nota 39.67 Mi sembrano escludere ogni intento denigratorio verso Gallo e la sua poesia il tono caldamenteaffettuoso del componimento, la citazione forse quasi letterale di suoi versi e l'apostrofe divine poeta div. 17 (cfr. anche Boucher 1966, p. 92), nonché la preoccupazione di rendere maxima i versi perché sianoalla sua altezza. Secondo Perkell 1996, p. 131 – 135, l'inclusione stessa del canto di Gallo nel proprio,in forma di citazione, è segno di omaggio da parte di Virgilio.68 Nel verso conclusivo (ite domum saturae, venit Hesperus, ite, capellae, v. 77), commiato non solodal carme, ma dall'intera poesia pastorale, da interpretarsi allegoricamente, come molti altri elementi

Cornelio Gallo e le Muse nelle Bucoliche virgiliane 22

Mélanges de l'École française de Rome - Antiquité, 124-1 | 2012

dell'ecloga: cf. i significati metaforici individuati in esso dal Conte 19842, p. 36, nota 37, e la trasparentesimbologia di commiato, su cui cfr. Cupaiuolo 1969, p. 41.69 Sul senso dell'ecl. 2 cf. Gagliardi 2011b, passim; sulla datazione del carme, tra i primi, o addiritturail primo del liber secondo gli antichi scoliasti (cfr. Cartault 1897, p. 72 ss.; Skutsch 1970, p. 95; Traina1965, p. 73), le proposte cronologiche oscillano dal 45 (suggerito da C. G. Hardie in Parsons-Nisbet1979, p. 144 e nota 109) al 43-42 (cfr. Geymonat 1981, p.107), al 42-41 (cfr. Otis 1964, p. 120; Morelli– Tandoi 1984, p. 113). Una datazione più bassa sostiene controcorrente La Penna 1963, p. 490 ss.70 Cf. Pasoli 1976, p. 587-588 e 594, nota 13.71 Di Aretusa aveva fatto il simbolo della poesia pastorale lo Ps. Mosch., Epith. Bion., 76-77. Virgilioperò -è stato sostenuto- potrebbe averla scelta come patrona di un'ecloga di tema erotico anche in quantoprotagonista di una storia d'amore (cf. Serv. ad ecl. 10, 1; Conington 1858, p. 99; Solodow 1977, p. 768).72 Cf. Hunter 1999, p. 88; 105; 136; 197. Per Clausen 1996, p. 297, con la scelta del nome Naides Virgilionon solo richiama le Ninfe di Theocr. 1, 66, ma ne collega anche le figure alla fonte Aganippe, simbolodella poesia erotica di Gallo. Per molti commentatori, tuttavia, la menzione del Parnaso, del Pindo e dellafonte Aganippe lascia intendere che le puellae Naides a cui il poeta si rivolge sono in realtà le Muse dellapoesia alta: cf. Serv. ad ecl. 10, 9; Leo 1902, p. 14 ss.; Conington 1858, p. 99 s.; Ross 1975, p. 96 s.;Pasoli 1976, p. 587 e 588; 594, nota 13.73 In realtà poco perspicue sono le ragioni della morte di Dafni, lasciate volutamente oscure da Teocrito,che nel testo non chiarisce le motivazioni, né le conseguenze della sua opposizione ad Afrodite: dellequattro varianti note del mito di Dafni, infatti (sulle quali cfr. Gow 19522, p. 1 s. e Hunter 1999, p.63-66, che a p. 66-68 tenta un'interpretazione della vicenda e della morte di Dafni in Teocrito) nessunacoincide completamente con il racconto teocriteo. « Mysterious and allusive » definisce il canto di Dafninell'idillio Hunter 1999, p. 63-66. Sulla difficoltà di decifrare la vicenda di Dafni in id. 1 cfr. ad esempioAlpers 1979, p. 223; Walker 1980, p. 39.74 Come interpreta Boucher 1966, p. 16; 25; 91 (cf. in tal senso anche Pasoli 1976, p. 588). Ilprocedimento di voler estrapolare dal testo poetico elementi biografici è apparso tuttavia poco persuasivoal Nicastri 1984, p. 18 s., nota 6.75 Il modello comunemente indicato per questi versi è Theocr. 10, 24 s. (cfr. Clausen 1996, p. 311;Coleman 20018, p. 293). Tuttavia il senso diverso del verbo poiein / facere, che in Virgilio costituiscel'oggetto della preghiera e che dunque corrisponde piuttosto al greco synaeisate, ma attribuendo benaltra importanza all'opera delle dee, che non dovranno collaborare con il cantore come in Teocrito, mapiuttosto perfezionare e rifinire esse stesse il canto per renderlo degno di Gallo, mi sembra significativala sostituzione di maxima a kalá per enfatizzare la statura del destinatario, a scopo di omaggio nei suoiconfronti, ma anche forse in relazione a quanto egli stesso aveva affermato della sua poesia, opera delledee, al v. 6 del papiro.76 Cf. per la discussione e la bibliografia Gagliardi 2011a, p. 87-89.77 Benché in realtà dai versi del papiro niente autorizzi ad indicare Licoride come destinataria: ellavi è infatti, secondo la lettera del testo, materia sublime della poesia, che solo le Muse possonocantare degnamente (così giustamente in tal senso Morelli 1985, p. 178, nota 43). Virgilio invece parlachiaramente di Gallo come destinatario: lo chiarisce senza dubbi -mi pare- il dativo meo Gallo. Se comedestinataria vada intesa anche Licoride, è un discorso forse meno semplice: per me il senso della relativaquae legat ipsa Lycoris (v. 2) non è quello di solito inteso, che se la donna ascolterà i suoi versi, forse sicommuoverà per l'amante che ha abbandonato, laddove i versi di Gallo non sono riusciti a piegarla (cosìPasoli 1976, p. 588; Monteleone 1979, p. 47, nota 54). Sarebbe da parte di Virgilio una gratuita offesaa Gallo e alla sua poesia, che stona marcatamente con il tono affettuoso e partecipe dell'ecloga nei suoiconfronti. Neppure, più genericamente, quae legat ipsa Lycoris mi sembra parallelo a carmina digna diGallo, come pensano Parsons-Nisbet 1979, p. 150; Conte 19842, p. 38; Nicastri 1984, p. 97; Barchiesi1981, p. 157 e 163, nota 13; Hinds1984, p. 46; Noonan 1991, p. 121; Hollis 2007, p. 247.78 Come ho sostenuto in Gagliardi 2009, p. 53-61.

Pour citer cet article

Référence électronique

Paola Gagliardi, « Cornelio Gallo e le Muse nelle Bucoliche virgiliane », Mélanges de l'Écolefrançaise de Rome - Antiquité [En ligne], 124-1 | 2012, mis en ligne le 19 décembre 2012, consulté le19 décembre 2012. URL : http://mefra.revues.org/172

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À propos de l’auteur

Paola GagliardiLiceo classico statale « Quinto Orazio Flacco », Potenza - [email protected]

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Résumés

 Le Muse, non particolarmente importanti nelle Bucoliche virgiliane, compaionosignificativamente in punti di esse (ecl. 6, 13 ; ecl. 8, 62-63 ; ecl. 10, 70-72 ; in parte ancheecl. 9, 32-36) segnati dal dialogo del poeta con l'elegia di Cornelio Gallo, come indicano lesomiglianze formali e concettuali tra questi passi e i versi di Qaṣr Ibrîm. The Muses, who have not a significant role in Virgil's Bucolics of Virgil, appear to be importantin certain passages (ecl. 6, 13, ecl. 8, 62-63 ; ecl. 10, 70-72, partly ecl. 9, 32-36) marked bythe dialogue of the poet with Cornelius Gallus' elegy, as it is proved by formal and conceptualsimilarities between these passages and the verses by Qaṣr Ibrîm.

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Keywords : muses, Cornelius Gallus, elegy, Virgil, BucolicsParole chiave : muse, elegia, Virgilio, Bucoliche, Cornelio Gallo